29 marzo 2017 • Recensione

RECENSIONE – The Legend of Zelda: Breath of the Wild (Wii U)

Poche sono le cose di cui sono certo: che i gattini curano il cancro, che si dice “arancina” e che l’ultimo gioco di Zelda è maledettamente bello. E grazie alle demo provate prima su Wii U e poi su Switch, ne ero sicuro anche prima di avviare il gioco completo. Dopo il terzo risveglio in quella grotta buia, dopo il terzo incontro con quel misterioso vecchio e dopo il mio primo e ultimo addio all’altopiano delle origini, si sono aperte a me le vastissime terre di Hyrule insieme alle loro infinite possibilità. È proprio qui che il giocatore può iniziare a plasmare la sua avventura che potrebbe non finire mai, così come potrebbe volgere subito al termine. Ovunque si trovi Link, infatti, basterà uno sguardo all’orizzonte per vedere la terrificante calamità Ganon, intrappolata da Zelda nel castello di Hyrule, ma che aspetta impazientamente di seminare distruzione ancora una volta. Zelda però non si offenderà mica se prima ce la spassiamo un poco, vero?

Indipendentemente dalla regione che decidiamo di esplorare, non c’è dubbio che avere una mappa ci aiuterebbe, ed è qui che entrano in gioco le torri Sheikah. Queste alte costruzioni sono presenti in ogni sezione di Hyrule, e aspettano solo che Link si arrampichi su di esse per ottenere una mappa, una buona postazione sopraelevata per guardare in giro e un nuovo punto di teletrasporto. Perché diciamocelo, con un mondo di gioco così grande muoversi solo a piedi o a cavallo non è sempre la migliore delle idee. Grazie a una delle innumerevoli funzioni della tavoletta Sheikah, quando vogliamo potremo usarla come binocolo e segnare fino a 5 luoghi d’interesse contemporaneamente, i quali ci appariranno anche sulla mini-mappa in basso a destra. Questo sistema si rivela particolarmente utile nella ricerca dei sacrari, piccoli dungeon sparsi per Hyrule dove l’azione e gli spazi aperti vengono sostituiti dalla riflessione e luoghi pieni di enigmi. Oltre a funzionare come altri punti di teletrasporto, questi vanno a sostituire il ruolo dei frammenti di cuore nei titoli precedenti di Zelda: completando i sacrari si ottengono oggetti speciali che possono essere scambiati a gruppi di 4 per un cuore aggiuntivo o un espansione della barra del vigore (la stamina, insomma). Ovviamente, la presenza dei sacrari non implica la totale assenza di dungeon veri e propri, sebbene siano un po’ più piccoli e pochi degli standard della serie, ma unici e interessanti a modo loro nel funzionamento. Non mi ci soffermerò ulteriormente per non rovinare la sorpresa a chi non li ha ancora conosciuti.

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È evidente, comunque, che il grosso dell’esperienza di Breath of the Wild sia nell’esplorazione del mondo di gioco. Un mondo costruito sulla formula “Se lo vedi, lo puoi raggiungere” che prima aveva già contraddistinto Xenoblade Chronicles, anche se non allo stesso livello. Non solo si tratta di un ambiente enorme, ma è anche molto vario e ricco di cose da vedere e trovare. All’interno delle regioni di Hyrule si concentrano più ecosistemi, ognuno con la sua flora e fauna, i suoi tesori nascosti, i suoi pericoli. Andiamo dalle alte e fredde catene montuose agli ampi e caldi spazi del deserto, dalle pianure ricche di fiori ai vulcani attivi. In tutti questi ambienti sarà vitale potersi adattare per sopravvivere: che si tratti di indossare un’armatura ignifuga, di preparare una buona dose di pozioni e cibo contro il freddo o di usare armi in legno che non possono attirare fulmini, è importante tenere il proprio inventario costantemente sotto controllo per non rischiare di finire in situazioni scomode (come me, solo e disarmato in un sacrario contro un nemico rognoso da battere solo con le bombe). Anche questo è qualcosa ben studiato all’interno di Breath of the Wild: tutte le risorse che ci servono possono essere recuperate nel mondo di gioco, cacciando cervi e Boblin, abbattendo alberi o spaccando pietre ricche di minerali. Proprio questi ultimi saranno molto importanti se decidiamo di fare un po’ di compravendita nei villaggi: a differenza dei giochi precedenti, trovare rupie sarà molto più difficile e il modo migliore per ottenerle è vendere quei frammenti di zaffiro o quei vecchi stivali che non ci servono più. E chissà, magari in quegli stessi villaggi saprete tenervi occupati risolvendo i problemi di qualche abitante in difficoltà (venendo poi lautamente ricompensati, ovviamente).

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Così come sono diversi gli ambienti di Hyrule, lo sono anche le popolazioni che lo abitano. Oltre ai numerosi Hylia, abbiamo gli squamati Zora con il loro bellissimo principe, i forti Goron, i piccoli Korugu, le orgogliose Gerudo e anche i piumati Rito. Lo stesso si può dire per la diversità dei mostri, anche loro dall’aspetto familiare. Per quanto sembri diverso dagli altri giochi della serie, questo è un mondo zeldiano al 100%, con dei colori e uno stile visivo tanto bello da vedere quanto furbo, a modo suo: la scelta di una grafica meno realistica e più cartoonesca sicuramente nasconde le limitazioni tecniche delle console Nintendo, le quali non potrebbero di certo rendere uno stile come quello di Horizon: Zero Dawn. Un po’ meno facili da occultare invece sono i rallentamenti occasionali in scene ricche di azione. Ne ho avvertiti di certo, ma onestamente non ho tutto quel tempo libero da andare a calcolarmi i cali precisi di framerate e il peggioramento degli effetti particellari… menomale che altri si sono già sacrificati per questa nobile causa.

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Delle novità si celano invece nel comparto audio di Breath of the Wild: a comporre la musica questa volta non è lo storico Koji Kondo, ma Manaka Kataoka, conosciuta soprattutto per gli episodi su Wii e 3DS di Animal Crossing. In realtà, questa volta è il ruolo della musica stessa a essere diverso: normalmente, questa è assente quasi del tutto, lasciando spazio ai suoni della natura circostante. Questa si sente per davvero solo nelle fasi con più azione come nei combattimenti (indimenticabile il pianoforte in presenza dei guardiani, me lo sogno ancora la notte) oppure in luoghi specifici, come nei sacrari o in certi villaggi. Dopotutto, la migliore atmosfera per un ambiente selvaggio è l’ambiente stesso. Che dire invece dell’altra novità ancora più grande per la serie, ovvero il doppiaggio? Questo è presente solo in scene particolarmente importanti a livello di trama, e se avete visto il trailer sopra avete potuto sentire qualcosa del magistrale lavoro in italiano. Diamine, quella Zelda ci sa proprio fare.

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Il ruolo della musica, comunque, non è tanto diverso da quello di molti altri aspetti del gioco: tutto in Breath of the Wild esiste in funzione del gameplay, dell’esperienza di gioco vera e propria. Persino la trama non è che un contorno all’avventura di Link, la quale lascia giusto qualche traccia dopo il prologo su una strada da seguire, ma che può essere bellamente ignorata dal giocatore per un tempo indeterminato. Nintendo ha non solo capito come rendere bene il concetto di open world, ma lo ha fatto suo, dandogli quel tocco speciale che contraddistingue tutti i suoi giochi. Non ho giocato a fondo a Breath of the Wild, ma mi sono fermato abbastanza soddisfatto a circa 40 ore. Se avessi voluto continuare per conoscere meglio il gioco, probabilmente questa recensione sarebbe uscita con qualche mese di ritardo. Non avendo acquistato Switch, tra l’altro, mi sono dovuto accontentare della versione per Wii U. Come potete vedere meglio in giro su internet, però, le differenze non sono così forti da influenzare l’esperienza di gioco. Anzi, vi dirò di più: se per il momento acquistereste Switch solo per Zelda, è molto più saggio aspettare e comprare quello per Wii U, a meno che non siate così interessati a giocare su portatile con una console possibilmente fallata. Visto che l’unica funzione del gamepad è sostituire lo schermo del televisore all’occorrenza, ho preferito usare il ben più comodo Pro Controller. Penso proprio che sia il miglior modo per giocare su quella console, seduti comodi sulla poltrona davanti alla tv… Scusatemi, mi è tornata la voglia di andare ad ammazzare Boblin, ci si vede.

Selvaggio/10

  • Gameplay grandioso alla base di tutto il gioco.
  • Comparto artistico mozzafiato.
  • Rivisitazione del genere in chiave Nintendo.
  • Longevità potenzialmente infinita.
  • Limiti della console.
The Legend of Zelda: Breath of the Wild è tutto quello che un open world dovrebbe essere. Grande, bello e da tenervi occupati per tantissimo tempo.

Autore: Dario "Spiky" Vetrano

Oggettività e politically correct sono due cose importanti nei media, e quindi ringrazia Nintendoomed di potersene fregare per scrivere liberamente e senza mezzi termini. Il suo lavoro preferito è recensire i giochi che gli piacciono per riceverli gratis.